La preda

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C’era un silenzio lì, ve lo assicuro, per niente inquietante. Quello che c’era di inquietante invece erano le movenze che da lì a poco avrebbero preso vita, ma sfido chiunque a gestire i silenzi e non cadere nelle trappole della notte. Pensavo che il fatto di essere sola o in compagnia non avrebbe comunque fatto differenza, così mi buttai nel fiume. Potrebbe sembrare strano, ma quando la solitudine incontra il buio non c’è niente di più intimo. E sfido chiunque a spogliarsi completamente davanti alla luna piena e non pensare all’intimità. Sfido la follia, oggi, adesso, e i significati che essa assume tra una fase lunare e l’altra. Poi eccolo lì, davanti a me, immobile.
Non ho paura – gli dico – non ho paura di te, ma lui fissa impaziente ogni goccia d’acqua che mi scorre sul corpo, e la mia carnagione fa di me la vittima perfetta. Continuo a chiedermi cosa ho da dargli e non sento altro che carne. La carne, dammi la carne. Il fruscio delle foglie inesperte, il fiume abbastanza testardo, io abbastanza fiera da non guardare i suoi occhi blu. Forse non abbastanza fiera. Eppure io non sentivo ululare, no, vedevo solo i branchi più uniti che mai. Bruciava la legna e bruciava il mio corpo, e la sua mano ruvida e nera mi toccò il viso. Ero decisa nel lasciarmi sbranare ma sapevo che non l’avrebbe fatto. Niente più delle aspettative tradite scompiglia la mente di un essere umano. Sentivo il suo respiro sul collo, poi mi sentivo trascinare sui duri sassi bianchi, pochi erano lisci e poche le volte in cui si fermava. Una forza inspiegabile, una rabbia poco meno. Si sentiva distratto, mi sentivo l’antidoto, ma lui non ci pensava nemmeno a tornare umano. Quindi vite che non si intrecciano abbastanza e crollano, tribù di nome e guerra di fatto. Così mi buttai nel fiume, lasciandomi alle spalle il ruggito di una fantasia distrutta. Eravamo attratti dalle stesse cose io e lui, il fiume, la luna piena, e un’altra cosa ancora ci legava, la caccia.

La natura del sorriso

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Un giorno ero sull’orlo del pianeta in cui mi hanno concepito e capii di essere un’idea, più che una persona. Guardai indietro e vidi così tante idee che l’astratto diventò più reale che mai, e il cielo un cervello enorme con infiniti impulsi elettrici. Essendo un’idea quindi, potevo essere qualsiasi cosa e diventare quello che da essere umano mai avrei pensato di poter diventare. Così iniziai ad essere un padre. Iniziai a volere cose per mio figlio e provavo un amore così forte da portare pace nella mia mente e nel mio corpo. Poi un giorno mi fecero discorsi sulla virilità, mi avvelenarono, mi sorrisero e mi sentii riempire la bocca di rum. Distrussero tutto ciò che avevo costruito. Iniziarono a infliggermi dolore per poi leccarmi le ferite e farmi sentire il sollievo. Mi fecero credere che erano loro a salvarmi, solo perché mi drogavano dopo avermi picchiato. Iniziai allora ad essere una madre e il mio mondo cambiò. Cambiò il colore dei miei occhi, diventai più lenta, più soffice, curiosa. Cominciai a vedere così tante sfumature che ci potevo dipingere i corpi delle persone sconfitte. Amavo quei sensi che erano la mia natura, amavo provare affetto verso ogni cosa vivente. Amavo essere madre, mi sentivo più donna. Ma presto li sorpresi a farmi foto in bianco e nero e mi dissero che ero un’idea triste, debole, mi fecero vedere il loro modo di provare amore. Non potevo credere che fosse quello, l’amore. Non lo credevo possibile. Non capivo, come potesse la mente umana creare distorsioni così convincenti e come i corpi, potessero sgretolarsi così rapidamente. E quanta paura. Per strada e allo specchio. Quanta finzione sulle labbra e nel torace. Quante donne, e uomini, che non sono donne e non sono uomini. E quanti padri e madri che tali non sono. Allora scelsi di essere un bambino, salvando così la mia anima e il mio mondo diventò più piccolo e più grande allo stesso tempo. Ero finalmente un’idea originale, ero puro e genuino, ero il sole ed ero un prato pieno di fiori. Sapevo che sarei potuto diventare qualsiasi cosa essendo un bambino. Ed era il mio punto di partenza. Volevo stravolgere gli schemi mentali di tutti e raccontare di cose autentiche e risate in lontananza. L’idea di essere un bambino mi piaceva. Mi faceva stare bene. Non volevo cambiare, non volevo materializzarmi in nient’altro. Così il mio orlo diventò una scia di profumo rosso e sentì il vento sulla pelle e la terra sotto i piedi. La realtà diventò astratta, la mia felicità diventò reale. Strizzavo gli occhi per sfidare il sole e mi veniva la voglia di fragole, poi dovevo regalare quel disegno ad un certo tipo, l’avevo promesso. Continuo ad essere un’idea mentre i miei genitori mi portano al cinema. Non si tengono nemmeno per mano. Pensavo fossero felici, sapete. Potevano decidere di essere un’idea qualunque, esattamente come me, così ho dato per scontato avessero scelto l’amore. Sorridono e io li perdono. Sono solo adulti. Ed io sono solo un’idea, e sono sull’orlo del mio pianeta per deciderne il futuro. E sorrido.

Effetto farfalla

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Siamo sulle onde di un tempo ormai perduto mentre dolce è l’attesa del dolore. Avrei dovuto capirlo, avrei dovuto farti venire in mente cose, le cose che tu a memoria conosci e non te ne vorresti mai liberare. Quel rosa intenso delle mie labbra che spesso ti hanno maledetto l’anima e le tenebre avrei raggiunto se non mi fossi fermata in tempo ad annientarti. Il modo in cui sopravvivo sospesa tra la razionalità fin troppo presto pragmata e l’amore con cui una donna inquina l’ambiente. E’ sempre fin troppo facile deviare, sporcarsi di sangue i pensieri, inciampare tra le cosce di una puttana ubriaca di sogni infranti e piaceri a metà. L’eleganza invece con cui si fa spazio la mia coscienza è tutt’altro modo di piacere alle divinità. E non c’è un dio a governarci, ci siamo noi con la nostra rabbia a scrivere testi sacri da far rispettare alle generazioni future. Quello che governa noi invece, forte come un battito tachicardico, è la natura del nostro essere e non possiamo fare niente se non diventare ciò che siamo. E ora comprendo, arrivando spudoratamente in ritardo, che il fascino del caos sta nella ricerca di un’armonia la cui mancanza è fin troppo sofferta. Mai effimera come l’idea dell’amore che le persone hanno divulgato, mai impossibile come i limiti mentali con cui tutti affannosamente ci si dipingono i neuroni. Sono arrivata in ritardo e se non fossi arrivata in ritardo non avrei mai gustato l’essenza della mia vera persona, saltando gli ostacoli delle interazioni ed entrando in un vortice di azioni e reazioni all’unica verità possibile, fredda e carnale. La mia domanda è dove,  dove sarei potuta essere se. Chissà con chi saresti tu a pensare ai secondi incipriati di se e di ma, ai tuoi rimpianti che dici di non avere e ai miei che mi hanno consumato le arterie, snellendo il mio intimo desiderio di pace. Qualcuno, qualcuno da qualche parte ha segnato il mio destino, mentre ci ha fatto una polaroid aspettando che cambiassi la vita di qualcun altro a mia volta. Ingiusto e illecito è il ruolo che abbiamo nelle sequenze delle disperate richieste di piacere qui sulla terra. E atomi e atomi sono stati distrutti per crearne di altri. E la pelle e il tempo ben correlati in mutazione. E potrei, vorrei, dovrei dirti e darti tanto di me, ma hanno scatenato un tornado dentro il mio essere donna, e tu sei solo vittima di un’onda che con la violenza non ha niente a che vedere. Se ti avessi torturato il cuore, allora forse ti saresti innamorato di me, ma io non nutro il mio ego a colpi di frusta e niente vinco se ti entro nello stomaco. E tu, tu con quella fronte perennemente corrugata, e quelle mani che sottomettono il mio collo, i miei fianchi, la mia bocca, che cosa avresti fatto di me se fossi stato sano di mente? Individui lenti e avidi dall’altra parte del mare hanno rubato l’essenza della tua natura, e ora la metamorfosi sta avendo fine nel mio ventre e sento, sento che basta una minuscola particella d’aria a disintegrare mio erotico e pacifico eden.

“Si dice che il minimo battito d’ali di una farfalla sia in grado di provocare un uragano dall’altra parte del mondo.” 

Basta poco

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L’estinzione di questa meraviglia è in stretta correlazione con quella della Terra e dei suoi parassiti. Non che l’estinzione dell’uomo mi preoccupi, ma io amo il mio pianeta, e vorrei che vivesse. Se tutte le api morissero all’uomo resterebbero solo quattro anni di vita. E sapete perché le api muoiono? Perché soffocano. Il cuscino in questo caso ce lo mette l’uomo. Qui vi cito un pezzo di articolo di Pipita, un blog che seguo, che parla dei pesticidi usati in agricoltura. “La sostanza irrorata dagli elicotteri è oleosa. Viene sparsa sugli sciami, sugli alveari anche nel periodo di fioritura (una cosa vietata per legge). Questa sostanza ostruisce i pori che le api hanno sul corpo e l’insetto muore soffocato. Invece, il disinfettante spruzzato dagli automezzi lungo i bordi delle strade nella notte viene scambiato dalle api per rugiada. Gli insetti la raccolgono per portarla alla covata, ma purtroppo muoiono per strada e se arrivano alla covata uccidono tutte le larve”. Ecco io non faccio giornalismo, e questo è un blog fotografico puramente amatoriale, ma spero sempre in un risveglio di coscienza collettivo. E’ tragica l’incoerenza come anche la stupidità, come l’odio, come la mancanza di rispetto per le cose innocue e pure. Sono le cose fragili a sorreggere il mondo e io lo vedo ovunque, lo vedo in questa foto, la guardo e mi sento ingombrante. Le cose piccole sono sempre eclissate dall’apparente bellezza delle cose giganti, pesanti come la nostra sporca coscienza. Quanto tempo vi serve per raggiungere il vostro stato di benessere? Un giorno, tre mesi, un anno, quattro, di più forse? La risposta, lo so bene che sfrigola nel vostro cervello, sta nel riflesso delle azioni che compite ogni giorno. E se questo non dovesse spaventarvi sappiate che gli ultimi quattro anni di vita saranno una clessidra soffocante per il vostro ego. Soffocante come la morte dell’unica cosa che vi teneva in vita.

Il tramonto dell’estate

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E anche quest’estate è tramontata. E’ tramontata ed è stato un gran bel tramonto, come quelle cose che devono finire per preservarne la bellezza. Una fine così ipnotica che nemmeno ci si abbatte, ci si mette direttamente in cammino per il prossimo viaggio. Il fascino della fuga in un’esperienza di vita singolare, intima, memorabile in ogni sua sfumatura. La libertà è questo. L’estate, forse, è anche questo. E quest’estate ho toccato il sole, l’ho sfiorato appena e non ero più di ghiaccio. Un rito quasi obbligatorio nel rispetto della natura, una benedizione su una terra assai arida di peccati. L’acqua brillava di orgoglio, con quel tocco di vanità che solo l’imponenza del mare può generare. Onoravo quello che era il mio mandala, quel cerchio così apparentemente perfetto nel cielo. Così perfetto. Forte come impatto simbolico: l’inizio di una bellezza terrestre e la sua fine nello stesso giorno, in un arco di tempo che sembra imprigionarla quando invece quelli a chiudere gli occhi siamo noi. L’inizio e la fine. Un ciclo dove conta il viaggio. Un’esperienza che non viene sminuita con un addio, e ci si evolve tra armonia e caos, all’imbrunire. Così il tramonto diventa il mio sacro mandala. E io ve lo mostro, è quassù, appena sopra queste righe. E non ne vedrete un altro uguale. Ma d’altronde il fascino dell’ammirazione sta proprio qui. E le storie che vi racconto, foto dopo foto, sono piene di eventi. Sono parole che prima di essere parole erano sensazioni. Vi invito ad ammirare l’ultimo tramonto dell’estate, il mare, il pescatore, il fotografo perché lui vive in ogni sua opera d’arte. E io qui vi saluto. Ci vediamo quando sorge il sole, così, per aspettare di vederne un altro di tramonto. Magari insieme.

Bellezza imperiale

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Aspettavamo con ansia il suo maestoso manifestare dell’ego in quella che sarebbe stata una giornata promettente. Dovevamo andare a caccia di ispirazione e decidere se diventare prede o cacciatori. Sarebbe stato divertente in entrambi i casi. Sarebbe stata una rivelazione oppure un disotterrare il proprio istinto animale, confondersi con la natura, giocare con i colori poi sfumarli e ammirare l’opera d’arte. Era divertente screditare lo sguardo turista apatico, era triste la totale mancanza di attenzione ai dettagli. Quella proiezione della natura incontaminata faceva pensare a un calcolo errato, voluto, premeditato. Eppure lui spiccava, si destreggiava con eleganza tra i corpi consumati dalla monotonia del cemento e quelli che si tatuavano la sua piuma in bianco e nero. E quel colore non era contemplato nel suo mondo. Nel suo regno il nero non c’entrava niente nemmeno con la notte. Nel suo regno lui difendeva ciò che era suo, ciò che era bello. Lui corteggiava. Lui veniva corteggiato.

Omaggio floreale

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Io so per certo cosa c’è dopo la morte, quello che non so è cosa c’è prima. Il prossimo passo è rabbrividire mentre percorro la colonna vertebrale arrivando alla nuca, la pelle d’oca ti tradisce mentre mi dici che non ti importa. Ti ho portato qua a vedere il tramonto, e tu mi dici che lo vedi tutte le sere, che non è niente di speciale. E penso ci debba pur essere qualcosa che ti rende felice invece non vedo altro che un corpo a terra consumato e abbandonato. Così evito il contatto visivo perché le cose non le voglio capire, non le voglio sapere. Che io sono affettivamente monogama questo già lo sapevi. Sapevi anche che le preferenze le hanno tutti, al bar oppure in biblioteca, e se ti do il cuore e tu ci pianti dei papaveri non lamentarti se siamo così attaccati alla vita. Ti chiedi cosa c’è dopo la morte e resti in silenzio, lo chiedi a me e io ti dico che ci sono i fiori. Ti lamenti che ho sempre la risposta pronta. Diventeremo concime per le piante, ti dico, è un omaggio alla natura. Diventeremo fiori. Mi dici che io sono già un fiore e io insisto con la mia teoria mentre il sole fa capolinea nel nostro campo visivo. Cosi penso che non lo so che cosa sono adesso ma so per certo che cosa sarò tra cent’anni. Questo è il mio omaggio floreale, il primo di una lunga serie di ritratti.

Apocalisse

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La immagino così la fine del mondo, dico davvero. Nella mia mente però è tutto un lusso, la mia opinione non vale, non fa testo. Boh, sarà quella macchia rossa al centro a disorientarmi e confondermi. La violenza cerca di farsi strada perfino tra le cose più belle al mondo, che provocazione.

Tutto scorre

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Tutto scorre, vorrei dirgli tutto scorre, dandogli una pacca su quella schiena così pesante. Guarderebbe i miei occhi tristi e troverebbe la pace. Mi piace chi guarda l’orizzonte e pensa positivo. Chi sta dritto con la schiena e ti guarda negli occhi quando parli. Se ad un certo punto nella tua vita ti sei sentito bloccato nel passato è perché per ogni cosa che hai fatto hai cercato approvazione guardando indietro. Non c’è cosa più sbagliata del opporre resistenza ancorandosi da qualche parte, lasciandosi lacerare dalla malinconia. Il passato non è nemico, è nemica la tua mente quando si proietta là dove non deve stare. La tua mente deve stare qui, ora. Che bisogno c’è di fare il confronto con quello che è stato? Che bisogno c’è di maltrattarsi con i pensieri negativi? Il punto di forza sta nel presente. Mi piace pensare che dobbiamo partire da qui. E dobbiamo farlo imparando dalla natura.  Mi piace pensare che il fiume è terapia, che tutto scorre indipendentemente da me. Mi piace lasciarmi andare per una volta e smettere di lottare. Guardare con questi occhi tristi l’orizzonte e pensare positivo.

Eclissi, tra luce e oscurità 

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Nasciamo dove il bene e il male vengono separati da una linea ben definita. Il purgatorio per eccellenza, dove i tuoi peggiori incubi possono diventare una consolazione, e i tuoi più profondi desideri una tortura. Qui possiamo scegliere a cosa indirizzare la nostra attenzione e vedere che il risultato cambia in base a ciò che crediamo di meritare. Possiamo smettere di nasconderci e capire che il punto di forza sta nel presente, non nel passato, non nel futuro. Ma noi nel presente non ci stiamo mai. Così la mente confonde la verità con la bugia e quella linea diventa sempre meno definita. Ci insegnano che essere buoni è da stupidi, cresciamo con questo punto di vista malato. È evidente il caos che generiamo. È evidente anche che è sempre una questione di scelte comunque. E noi scegliamo di nasconderci nell’oscurità.